The Great Resignation: perché i giovani danno le dimissioni in Italia e nel mondo

Il 2021 verrà ricordato da molti come l’anno delle “grandi dimissioni”. Un vero e proprio fenomeno osservato in tutto il mondo (e in modo particolarmente acuto negli Stati Uniti), ha visto milioni di impiegati, per lo più giovani Millennial e Gen-Z, abbandonare volontariamente il proprio posto di lavoro. Le cause sono molteplici, quali l’aumentare del costo della vita in modo sproporzionato all’incremento dei salari, l’incertezza di una economia traballante, la malsopportazione di condizioni di lavoro precarie, la preoccupazione per i rischi di salute dovuti all’ambiente lavorativo; e a dare il colpo di grazia i vari disagi dovuti alla pandemia covid-19.

Il burnout (esaurimento) da lavoro è uno dei tanti motivi dietro le dimissioni.

Si sente fin troppo spesso dire che i giovani non hanno più voglia di lavorare, che sono sfaticati o che, in Italia, preferiscano sfruttare il reddito di cittadinanza piuttosto che andarsi a cercare un lavoro. Per lo più si tratta di accuse infondate perpetrate da chi non riesce a comprendere la complessità dei fattori culturali ed economici in cui si ritrovano i giovani al giorno d’oggi. Si tratta di un concetto spiegato egregiamente in uno dei miei articoli di giornalismo preferiti da parte dell’Huffington Post, dal titolo “Millennials are Screwed“. I millennial, cioé quei giovani nati tra il 1981 e la fine del millennio scorso, stanno affrontando difficoltà economiche con le quali nessun’altra generazione precedente aveva mai avuto a che fare. In parole povere: si lavora di più per guadagnare di meno, o per essere più precisi, quello che si guadagna in più rispetto al passato non è abbastanza per far fronte all’inflazione e all’incremento sproporzionato del costo della vita. Mettere soldi da parte e poter comprare una casa o metter su famiglia richiede molto più tempo passato sul posto di lavoro rispetto a qualche anno fa. In altre parole, lavorare non conviene più come un tempo.

Lavorare non conviene più

Tutti abbiamo bisogno di lavorare per vivere. Ma se c’è una cosa che i giovani hanno capito, in particolar modo in seguito alla pandemia, è che la maggior parte dei lavori finiscono per togliere tempo alla propria vita. L’idea di passare 40 ore a settimana per potersi godere il weekend non è più allettante nel momento in cui si guadagna il minimo necessario a poter vivere. Ai giovani viene chiesto di rinunciare al proprio tempo libero, alle proprie passioni, al proprio tempo con parenti e amici per ricevere poco o niente in cambio: il frutto del loro lavoro è il far arricchire qualcun altro, non se stessi. Se a questo aggiungi un ambiente lavorativo tossico, con un sistema manageriale altamente gerarchico che spesso ha più punti in comune con lo schiavismo che con l’imprenditorialità, non vi è da sorprendersi che in molti decidano di mettersi in proprio o provare a guadagnarsi da vivere facendo video su TikTok.

Molte compagnie hanno difficoltà a trovare nuovi impiegati.

Minimalismo e anticapitalismo

Il fenomeno della Great Resignation va ad aggiungersi a una serie di movimenti culturali e stili di vita emergenti in tutto il mondo, che hanno come caratteristica comune il voler trovare un compromesso tra qualità della vita e produttività: basti pensare al movimento FIRE, che consiste nel risparmiare e mettere da parte il più possibile per poter vivere di rendita grazie ai propri investimenti, o al più estremo Tang Ping (o “lying flat”) movement cinese, che promuove lo “stendersi a terra” come grido di protesta ad una società dedita al consumismo in cui la produttività sembra essere più importante del benessere dei cittadini. Tutte queste linee di pensiero vedono i giovani abbracciare (difficile dire se per scelta o per necessità) uno stile di vita frugale, dedito cioé al risparmio e alla riduzione degli eccessi materiali e di tutto ciò che non è strettamente necessario. Se si può vivere con meno ed essere felici, allora è possibile rallentare la macchina del capitalismo che troppo spesso crea ineguaglianze economiche e sociali.

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